| mercoledì, 14 maggio 2008 |
|
|
Ma se non fosse un sogno... se fosse reale, la vita che credevi illusione....la bellezza esisterebbe ancora? Se l'amore diventa quotidiano, è ancora lo stesso amore? Se la gioia è abitudine, ha lo stesso sapore? E se un giorno decidessi di addormentarmi e non svegliarmi, di vivere coscientemente come fosse tutto uno strano gioco...potrei ancora chiamarla vita? Mi sveglierò in un sogno di pietra, antico come il mondo e diffamato come il tempo... in un'eterna corsa consumerò i miei abiti di sdruciti desideri e finezze da due soldi. Ho fatto il pieno e ho scoperto che voglio vivere con meno.
|
|
| domenica, 11 maggio 2008 |
|
|
A volte il cielo si scioglie nel miele della vita. E' allora che scorgi la trama, nascosta ma vivida, del sogno di Dio: come un miraggio nell'ombra svanirà infine il mondo. Nell'ultimo giorno batterà un solo cuore.
|
|
| lunedì, 21 aprile 2008 |
|
|
E son rimasta indietro, forse a chiedermi cose inutili, a voler capire troppo. È corso intanto il tempo, e tutti dietro a lui…tutti tranne me, che son rimasta ferma, per guardare il cielo sciogliersi. Nei miei sogni l’orologio è un’ora avanti, il calendario quattro giorni, e gli anni chi li conta…non mi accorgerei di rughe attorno agli occhi, non mi accorgerei di strani solchi. Ferma all’ideale, troppo tempo sono stata. Loro correvano, non ho mai capito dove.
"mica sono stupido/ se esisto a vanvera" ("Sergio", Baustelle)
|
|
| domenica, 20 aprile 2008 |
|
|
Ai cancelli del sogno la luna ammiccava splendente, il sipario s’alzava rivelando un mondo di carta: sagome grezze e senza vita concedevano illusioni di realtà ai passanti, ma qualcosa dentro i loro cuori comprendeva che oltre l’arcana scenografia, in una regione non troppo lontana dal sogno, un cuore pulsante batteva.
|
|
| mercoledì, 19 marzo 2008 |
|
|
Decise un giorno che la sua vittima sarebbe stato lui. Era perfetto: un tamarro col viso arancione e la ventiquattrore firmata gucci, con le G storte a mò d'imitazione da bancarella davanti alla stazione. Nel suo "classico" (che qui sta per "vecchio patocco") cappotto di Valentino compreato dal padre durante l'ascesa finanziaria da boom economico di fine anni '80, varcava la soglia sventolando una bionda dalla risata roboante. L'alga, saggiamente appollaiata insieme ad altre su un vassoio di legno lucido, passava normalmente le sue giornate godendo del pubblico ludibrio cui erano sottoposti i pezzi di anguilla nella sfilettatura ad opera della sapiente ascia dello chef del sushi-bar "judo". Cercava di sorridere nascondendosi tra le venature, ma il suo viscerale odio verso le anguille -nonchè lo sforzo per trattenersi dallo sghignazzare- peggiorava la situazione, rendendo evidenti le venature che s'ingrossavano per il divertimento soffocato. E non di rado capitava che ridesse sguaiatamente. Questo aveva ovviamente suscitato nelle benpensanti ipercattoliche delle sue compari la pericolosa reazione di emarginazione dell'alga pensante, la quale era stata spinta su un lato del vassoio. Poco male, pensò lei, mi godrò sola il mio momento di gloria. Mentre l'uomo arancione sfoggiava il grottesco maglione a treccia lilla misto acrilico sfoderando con fervore la linea di demarcazione tra zona lampadata ed un epatico colorito naturale, la giovane aspirante Lecciso esibiva evidenti anni di bulimia perpetuati con la metodica pazienza di dita consumate. Lo sguardo attento della sadica alga fu subito attratto da quel tipico secondo appuntamento dal sapore orientaleggiante e decise che finalmente era giunto il momento di coronare la sua lunga esistenza al ristorante Judo. "sì, lo voglio!" esclamò rivolta al maki di salmone diretto al tavolo 5. "Sì, lo voglio!" annuì di rimando lui in nozze frettolose stile Las Vegas, mentre le agili mani al sapore di pesce misto dello chef "per gli amici italiani Toni" li univano finchè morte non fosse sopraggiunta. L'alga stava già meditando di uccidere il consorte che faceva sfigurare il suo colorito verdognolo, quando la romantica barchetta in legno si posò sul tavolo dei fidanzatini d'America. "maki misto pel due!" esclamò il cameriere. Ed ecco l'uomo arancione servirsi con collaudato stile di bacchette e sguardi ammiccanti nella più grossolana delle seduzioni, mentre ricambiava lei gli sguardi sperando che la ceretta brasiliana fosse abbastanza brasiliana per i suoi gusti e già pregustava l'appuntamento col bagno del locale, le sue abili due dita e la vigorsol senza zucchero che avrebbe seguito il rito. "chiediglielo, chiediglielo!" pregò infine l'alga, snervata dall'attesa, logorata dall'immaginare il seguito della scena. "Posso finire il salmone, Gennifer?" (già, con la G: i genitori sessantottini di un dimenticato sobborgo di Cologno Monzese ovviamente non conoscevano l'uso delle consonanti anglosassoni) "Ma certo, Rocco" (che in realtà sarebbe stato Marco Rocco, ma lui insisteva per il secondo nome dato che il primo era inflazionato) "puoi scusarmi, vado un attimo al bagno..." "Prego" disse, alzandosi in piedi. "E mangiami, stronzo, quanto la fai lunga!" sbottò l'alga, spazientita. E così Marco Rocco fece. In uno strazio meno penoso di quanto si sarebbe aspettata, l'alga diede la vita alla sua causa. Tra le forti e virili mascelle di Rocco la morte fu rapida e indolore, e nell'affrontarla con gloria e onore ovviamente l'alga troppo verde per essere vera sghignazzò di gusto, come non fece mai in vita. Forse era stato il passare del tempo su quel vassoio, forse il veleno che aveva sputato in vita, a renderla immangiabile. Il glorioso epitaffio della sua scomparsa fu il cesso occupato da entrambi i fidanzatini d'America dopo la frutta ed il caffè: lui chiuso ermeticamente nel bagno degli uomini a soffrire nel luogo più intimo a recondito del suo virile corpo omofobico. Lei chiusa in quello delle donne a vomitare la frutta, il caffè e anche la nicotina della sigaretta. Caso volle che i cessi fossero adiacenti e i futuri amanti, nell'uscire dopo aver udito i rumorini dell'altro, fossero talmente disgustati da non badare più a cerette brasiliane e secondi nomi. Ogni volta che s'incrociarono i giorni successivi in ufficio, non si scambiarono più una parola nè uno sguardo. Il sacrificio dell'alga, dopotutto, servì ad evitare l'unione di due casi umani.
|
|
| martedì, 18 marzo 2008 |
|
|
Rosso rubino nell'antro per troppo tempo dimenticato °lasciato a se stesso per colpa d'un sogno che si riflette su calde pareti.° Le sue ombre sembrano incubi ora che vengo a vederle danzare *e vagano e fremono come vaghe vestigia* e l'occhio attento ammira il loro svago.
|
|
| domenica, 16 marzo 2008 |
|
|
Petali azzurri come frammenti di cielo piovevano sull'asfalto lucente tra riflessi di lamiere contorte. E lui rideva con gli occhi accesi come fosse il primo giorno d'una nuova vita E calpestava l'erba in estatica danza tendendo la mano ai miei fiori.
|
|
| domenica, 16 marzo 2008 |
|
|
Quando non c'è più nulla da dire o fare... lasciar andare, seguire il flusso; Riempire d'acqua la coppa e guardar scorrere il mio riflesso.
|
|